Stimatissimo collega,
Le invio, per un parere clinico, il paziente XY.
Ritengo assolutamente illustre ed encomiabile il Suo lavoro accademico e conosco di fama la Sua vasta esperienza clinica. La motivazione sottintesa al mio invio, onestamente, oltre ai motivi sopra citati, è dovuta anche al Suo impegno nella collaborazione alla stesura della prossima edizione del DSM.
Il paziente che le invio, risponde infatti perfettamente ai criteri diagnostici di un disturbo di personalità che finora non è stato incluso in nessun manuale! Sul tal disturbo, a cui fra breve accennerò fugacemente, ho scritto un articolo (tuttora inedito) che mi permetto di allegare a questa mia.
Tal disturbo, essendo pervasivo, inflessibile, di lunga durata e, soprattutto, gravemente invalidante, rientra secondo la mia opinione, nei disturbi di personalità (suggerirei, per alcune evidenti affinità e somiglianze e analogie con gli altri disturbi della categoria, un inserimento nel “cluster a”). Il nome che mi sono permesso di dare a tale disturbo è:
“Disturbo inesistente di personalità”.
Mi rendo conto che la dizione può dar luogo ad ambiguità (sembra che sia il disturbo a essere inesistente), tuttavia la logica e il buon senso del clinico verranno certamente in soccorso alla comprensione: non potremmo certo diagnosticare un disturbo inesistente! Ritengo che questa dizione sia preferibile all’alternativa “Disturbo da personalità inesistente”, in quanto qua l’ambiguità è più sottile e infida. I soggetti con questo disturbo hanno una personalità tutt’altro che inesistente: sono i soggetti stessi a non esistere! Converrà con me che, data la sottile linea di demarcazione fra le due situazioni, è meglio evitare ambiguità a partire dal nome.
Veniamo dunque a XY.
Il soggetto, semplicemente, non esiste. Fin dai primi appuntamenti il fatto si è reso evidente per la assoluta assenza di XY. Nonostante la terapia prosegua ormai da diversi mesi, il paziente persiste nella sua non esistenza. Chiaramente un farmaco utile a questa tipologia di persone (e ricordiamoci che parliamo di persone, non solo di “pazienti” o “casi”!) non esiste! Figuriamoci: non esiste neanche una categoria diagnostica! Questo, se mi permette, è un assurdo: si pensi a quante sono solo nella nostra città le persone che non esistono! Mi permetto una stima (badi bene, al ribasso!): almeno qualche centinaia.
Capisce dunque l’urgenza (e l’enfasi dei toni), di questa lettera e di questo invio!
Spero che la Sua esperienza e la Sua posizione nel mondo accademico possano portare l’attenzione della comunità scientifica su questo disturbo che, sebbene sia statisticamente rilevante, è finora passato inosservato. Quanto a me, mi accontento di aver contribuito seppur in maniera minima e insignificante rispetto a quanto sarebbe in Suo potere, all’ampliamento della conoscenza della psiche umana, nonché al benessere di molte anime sofferenti! (Non nascondo che mi piacerebbe anche veder pubblicato il mio articolo che, mi permetto di ricordarLe, Le allego).
E spero voglia scusare i toni concitati della mia scrittura, ma è un argomento che mi sta molto a cuore (il lavoro di una vita!).
In fede, e con stima imperitura,
Dott. [omissis]
Nota:
Il destinatario di questa lettera, pochi mesi dopo averla ricevuta, pubblica un articolo, in gran parte copiato da quello del dott. [omissis], sulle persone inesistenti. L’articolo ha enorme successo e il Disturbo Inesistente di Personalità entra a pieno titolo in tutti i manuali più importanti di psichiatria. Migliaia di persone inesistenti iniziano a essere curate e il loro numero cresce esponenzialmente.
Il dott. [omissis] tenta una causa nei confronti dell’illustre collega ma, non avendo fondi per sostenere a lungo le spese legali, deve rinunciarvi. Poco dopo entra in uno stato depressivo e mostra i primi sintomi del disturbo di personalità da lui scoperto.
Attualmente, il dott. [omissis], non esiste.

